martedì 18 giugno 2013

Istanbul vista da Instanbul (ovvero “se i fatti non rispondono ai nostri interessi, tanto peggio per i fatti!” )

Istanbul vista da Instanbul (ovvero “se i fatti non rispondono ai nostri interessi, tanto peggio per i fatti!” )

- di Pepe Ramone 15 Giugno 2013 -    Torno oggi da una settimana a Istanbul, città che ormai mi vanto di conoscere abbastanza bene. Prima della partenza mi tocca sorbire mille avvertimenti di gente che “i miei amici videomakers lì dicono che lì è un casino, bisogna girare con le maschere antigas!” Io, in realtà una qualche idea già me l’ero fatta e come prevedevo, mentre la Farnesina invitava i cittadini italiani a non recarsi in Turchia o, nel caso vi si fosse già, a non lasciare le residenze per i “violenti scontri che hanno messo a ferro e fuoco la città”, a Istanbul non accadeva nulla, NULLA! Con l’eccezione limitatissima di piazza Taksim (nei giorni successivi Gezi Park) dove nelle ore notturne si accampavano frange estremamente minoritarie, ma determinate (al massimo qualche migliaio in una città che supera i 14 milioni di abitanti), la vita della città si svolgeva tra modernità e tradizione nella tranquillità più completa, in quella sorta di caos organizzato che la contraddistingue, punteggiata dalle lamentele dei lavoratori per dell’enorme danno al turismo causato dalle notizie drammatizzate ed amplificate dai media internazionali, servi immorali del “nostro” schieramento geopolitico. Gli ambientalisti che avevano dato il via alla giusta protesta per la cementificazione della piazza hanno presto abbandonato il campo, consci di essere stati soppiantati e strumentalizzati dalle forze radicali e di opposizione, in vista delle imminenti elezioni. Borghesi, benestanti, mediamente istruiti (e poco produttivi), terziario avanzato ed intellettuali di città, se volete immaginare i “ragazzi” di Taksim (tanti magari in buona fede) immaginate un connubio tra i sostenitori di Rodotà, i frequentatori del campeggio del Pistoia Blues Festival e le carampane di “Se Non Ora Quando”. “Progressisti” e laicisti, sono queste le forze in piazza, consapevoli che esasperare lo scontro può servire a dare pretesti alla grancassa mediatica per una potente operazione di “regime change” in stile Siria/Libia. Del resto l’inneggiare di questi “giovani” al sinistro autocrate Mustafà Kemal Atatürk dovrebbe dare delle valide indicazioni ai conoscitori della storia turca.  Considerato il “padre della patria” il massone Ataturk ristabilì l’unità e l’indipendenza della Turchia instaurando un regime  militare fintamente elettivo in cui un unico partito era consentito. Laicista ed occidentalista, attorno a lui si alimentò un grottesco culto della personalità e proprio ai suoi Giovani Turchi si deve il cosiddetto “genocidio armeno”  che la comunità internazionale vuole addebitare alla attuale Turchia (l’opposizione del primo ministro Erdogan al riconoscimento del “genocidio” è dovuta agli ingentissimi risarcimenti che lo stato dovrebbe pagare compromettendo la forte ripresa dell’economia turca). Non molti anni fa, ai tempi della Mavi Marmara (la nave che tento con esiti tragici di portare aiuti nella striscia di Gaza http://it.wikipedia.org/wiki/Incidente_della_Freedom_Flotilla ) Erdogan provò a ridimensionare il potere delle elités militari kemaliste (massoniche e filoisraeliane, una sorta di “Gladio” turca diretta per lo più da “dunmeh” –il significato cercatelo da soli) con esiti apparentemente (ma temporaneamente) positivi. Oggi è evidente che Erdogan, pur alleato prezioso della NATO in molti scenari, ma in qualche modo “fermo”, intenzionato a mantenere una certa sovranità nazionale e ad espandere la sua area di influenza nella zona (il cosiddetto “disegno neo-ottomano) non è abbastanza ligio ed asservito agli ordini, o la sua egemonia nell’area non è più funzionale al disegno atlantista previsto per la regione (in questo caso il suo appoggio alla destabilizzazione della Siria per mano occidentale potrebbe rivelarsi un errore fatale). Né probabilmente sarà gradita la ferma risoluzione per uno Stato Palestinese indipendente. Questo cambio di prospettiva geopolitica ha probabilmente scatenato le dissennate ire distruttici delle forze legate agli USA, disposte a dare fuoco al mondo intero per i loro consueti interessi (in questo caso non sono secondari gas e controllo del Bosforo) aiutati da schiere urlanti di utili idioti, sciocche scimmie ammaestrate inneggianti ai “diritti umani”, tristi messaggeri dell’Apocalisse. Sono infatti i “diritti umani” la nuova arma del presuntuoso suprematismo coloniale occidentalista. Pretestuosa appare infatti la questione dei “diritti delle donne”, o della presunta “islamizzazione”. Il governo Erdogan non ha mai messo in questione i diritti acquisiti dalle donne e non vi è traccia di “islamizzazioni forzate”; vige la libertà di culto e le norme che limitano la vendita degli alcolici sono meno restrittive che nei paesi scandinavi. L’economia, il welfare e la vita sociale turca ha una forte impronta statale (quasi “socialista”) e nel paese vige una sorta di “laicità positiva”, nella quale è riconosciuto valore anche all’opzione religiosa (del resto il 99% degli abitanti è musulmana), ben differente dal laicismo giacobino e totalitario che si sta imponendo nei paesi “occidentali”. L’economia turca è tra le prime al mondo e le recenti misure hanno portato la disoccupazione ai minimi storici, questo ha reso il partito di Erdogan (AKP) largamente apprezzato e maggioritario (“populista” si affretta a definirlo il ligio Gianni Riotta). Ora, non è mia intenzione difendere il governo di Erdogan (pur legittimo e vincitore di ben 3 consultazioni elettorali), e non si può negare che la “mano dura” della polizia turca (e le gravi conseguenze in feriti e vite umane) possa essere profondamente sbagliata e controproducente -certo, provate a governarla voi una realtà complessa come quella turca, con il rischio di un’escalation “siriana”- ma aver vissuto in questi giorni una curiosa distopia in cui il mondo che vedevo con i miei occhi non corrispondeva affatto a quanto veniva rappresentato è servito come lampante riprova di quanto già immaginavo. Leggevo di una “città devastata”, vedevo una città viva, libera ed incantevole (la Genova del G8 fu una “città devastata”!). In prima linea nella deformazione dei fatti, i sedicenti media “di sinistra”. Manifestazione pro Erdogan del 16 Giugno 2013 L’apice della farsa fu proprio il giorno in cui scattai questa foto (la prima dell’articolo): nelle prime ore della giornata erano cadute 4-gocce-4 d’acqua, ma per Repubblica (per cui evidentemente è necessario drammatizzare) “un violento temporale mattutino ha abbattuto tende da campeggio e fatto volare coperte”, mentre le “ore di scontri violenti con migliaia di manifestanti” corrispondevano a un centinaio di persone come potevo io stesso vedere dalle immagini quasi in diretta della FOX News turca (non certo un media talebano) . In mattinata, nei dintorni di piazza Taksim, la vita della città scorreva come di consueto, e gli sbandierati “arresti degli avvocati” (da cui il “warning” di USA e Europa) erano in realtà dei semplici fermi, in quanto gli stessi si erano uniti ai manifestanti. (http://www.repubblica.it/esteri/2013/06/12/news/turchia_piazza_taksim_ripresa_dalla_polizia_dopo_8_ore_di_scontri-60904246/) E’ probabile che la situazione degeneri definitivamente, e che nei prossimi giorni accada qualcosa di grosso, ma quello che potrebbe accadere sarà altrettanto “poco democratico” di quello che a parole si contesta. Le ‘rivoluzioni colorate’ hanno insegnato che il valore numerico del voto (ed in definitiva la democrazia rappresentativa) non ha poi una grande importanza, visto che una stampa internazionale amica può far prevalere ovunque minoranze organizzate e determinate. Ricordatevene quando accadrà qui. …o è già accaduto? - 


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