domenica 22 settembre 2013

I COMUNI FALLITI




La crisi prosegue nel suo incedere devastante perché i ritocchini del governo Letta non producono la sterzata necessaria e perché la politica, a tutti i livelli dal centro alla periferia, non muove un dito.

Con l’acqua alla gola non sono solamente le migliaia di piccole e medie aziende private, ma addirittura il cartello “chiuso” potrebbe essere presto appeso nel portone dei comuni italiani, cioè in quelle istituzioni ritenute vicine ai cittadini, le più virtuose e intraprendenti nell’amministrare la cosa pubblica, da sempre – fra l’altro – emblema di quella sinistra e di destra del “buon governo” che fu.

Non si può fare di tutta un’erba un fascio, ma oramai siamo di fronte a una realtà rovesciata, dove l’eccezione è l’amministrazione pubblica “positiva”, non la mela marcia.



Il Patto di stabilità pesa sui municipi, ma il rischio default per 500 comuni ha ben altre radici e altre responsabilità: il malgoverno, scelte demagogiche e populiste dettate da logiche elettoralistiche, favoritismi di ogni tipo, investimenti sbagliati, mancanza di programmazione.

In altre parole, soldi buttati, bilanci in rosso, commissariamenti “de facto”, con i tecnici che amministrano al posto degli amministratori eletti dai cittadini, anche se il più delle volte, in lista sulla base di convenienze interne dei partiti e delle loro correnti interne. Il risultato? Un quasi disastro o un disastro completo. A pagare sono sempre i cittadini, senza più punti di riferimento istituzionali, costretti a pagare sempre di più i servizi essenziali intaccati nella quantità e nella qualità.



Attivismo

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