sabato 28 settembre 2013

Un’altra Norimberga per chi ha gestito la crisi di Fukushima in nome del dio quattrino

 

Non si tratta più una centrale nucleare con tre reattori in meltdown trattata come solo Willy il Coyote o Paperoga riuscirebbero a fare. Invoco un’altra Norimberga per i responsabili della gestione della crisi di Fukushima: questa tragedia radioattiva (non riguarda solo il Giappone ma l’oceano Pacifico e in ultima analisi il mondo) è stata affrontata badando al soldo, al dio quattrino, e non alla necessità di proteggere la salute delle persone e l’ambiente.
La goccia che secondo me ha fatto traboccare il vaso? La famosa perdita di 300 tonnellate di acqua radioattiva da uno dei serbatoi di stoccaggio – incidente di grado 3 della scala Ines – è stata causata da cinque bulloni avvitati male. Il serbatoio in questione è di quelli low cost: la Teocp, la società proprietaria della centrale, ne appaltò la costruzione tenendo conto della rapidità di esecuzione (comprensibilissimo) e del prezzo più basso. Cosa che difficilmente va a braccetto con un lavoro fatto a regola d’arte: chi ha controllato i bulloni cui era affidata la tenuta stagna dei serbatoi?
La goccia: ma il vaso si è riempito a causa della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite di acqua radioattiva. Già nei primissimi mesi dopo il meltdown era infatti nota lanecessità di proteggere dalla radioattività l’acqua della falda, e quindi anche l’oceano. Ma, di fronte ai costi da sostenere, Tepco e Governo giapponese pensarono alla reazione dei mercati e allequotazioni in borsa della stessa Tepco. Da quasi due anni 300 (si calcola) tonnellate di acqua di falda contaminate dalla radioattività di Fukushima entrano ogni giorno nell’oceano Pacifico: e non si sa se, quando, come potrà esservi posto rimedio.
A quanto riferisce la testata giapponese Asahi Shimbun, è stata proprio la Tepco a rendere noto che cinque bulloni allentati sono la probabile causa della perdita di 300 tonnellate di acqua radioattiva da uno dei mille e più serbatoi, alti anche come case di tre piani, eretti tutt’attorno a Fukushima per stoccarvi l’acqua radioattiva di falda estratta dai sotterranei della centrale. L’acqua viene sottoposta a decontaminazione, seppur parziale: la perdita classificata come grado 3 Ines (la scala interazionale che misura la gravità degli incidenti nucleari e che arriva ad un massimo di 7) riguardava acqua già trattata.
La Tepco sta ora smontando e ispezionando il serbatoio da cui si è originata la perdita. Si è così accorta dei cinque bulloni allentati su pannelli collocati nella parte inferiore del serbatoio stesso. I bulloni hanno il compito di fissare la guarnizione impermeabile posta sulle giunture fra un pannello e l’altro.
La società ha anche reso noto che in altri otto punti sono stati individuati bulloni e impermeabilizzazioni sporgenti. Adesso studieranno il problema per capire come mai eccetera eccetera: non una parola però, non una!, su collaudi e verifiche delle giunture e delle impermeabilizzazioni effettuate prima di riempire il serbatoio.
Il risultato è che l’acqua radioattiva “può essere penetrata” (parole della Tepco) attraverso le crepe del cemento con cui è stato coperto il suolo; le analisi verranno effettuate una volta completamente smontato il serbatoio. Chi ha collaudato il battuto per accertarsi che fosse ben robusto prima di collocarci sopra i serbatoi e riempirli?
A mio parere sarebbe necessario un approfondimento – non solo giornalistico – su fatti come questo. E’ gravissimo gestire un incidente nucleare con serbatoi low cost, bulloni svitati, cemento dalla crepa facile e progetti per difendere l’acqua di falda archiviati perchè troppo costosi. Terra e mare sono avvelenati, attorno a Fukushima. Una nuova Norimberga secondo me è necessaria fare almeno giustizia: ma i danni, quelli, ormai sono compiuti. E non si possono cancellare.

Fonte: blogeko.iljournal.it
http://www.signoraggio.it

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