D'un tratto nel folto bosco

Non c’era nessuno in tutto il paese che potesse insegnare ai bambini che la realtà non è soltanto quello che l’occhio vede e l’orecchio ode e la mano può toccare, bensì anche quel che sta nascosto alla vista e al tatto, e si svela ogni tanto, solo per un momento, a chi lo cerca con gli occhi della mente e a chi sa ascoltare e udire con le orecchie dell’animo e toccare con le dita del pensiero.
Amos Oz


lunedì 17 dicembre 2012

Controllo mentale su una donna. Ma è la compagna di un giudice che denuncia tutto


La kafkiana vicenda del giudice Ferraro

- di Luciano Garofoli -
Sta per calare il sipario in maniera ridicola e tragica su una vicenda che ha dell’incredibile e che per certi versi sembra kafkiana. Gli elementi di un feuilleton fin siecle ci sono tutti e il mix che ne deriva è davvero esplosivo. Cerchiamo di ripercorrere a grandi linee questa intricata quanto assurda vicenda iniziando dal principio.
Tutto comincia quando negli anni settanta ci si deve schierare, si deve prendere una posizione netta, precisa, senza mezzi termini se si è in buona fede e se si crede che sia un dovere dare il proprio contributo grande o modesto che sia, per cambiare il mondo, combattere l’ingiustizia, lottare per la libertà e la dignità dell’uomo che in quanto tale è necessariamente soggetto di rispetto e di dignità.
E Paolo Ferraro si schiera, sì come tanti seguendo quelle teorie che più sembravano voler poter dare all’umanità giustizia, uguaglianza libertà. Si identifica con la sinistra, con quella più radicale, più estrema con il Manifesto, con Lotta Continua, Avanguardia Operaia. Partecipa alle manifestazioni, lotta, s’impegna scrive articoli infuocati ma mai banali, intelligenti cosa che lo pone sotto una certa luce più vivida e diversa. Ma il nostro unisce lo spirito guerriero anche ad una profonda coscienza ed un alto senso del dovere: studia, con impegno, non va a rimorchio del “sei politico” non lo vuole, lo aborrisce, lo fugge vuole quello “che merita”, quello che la sua intelligenza viva e corposa può ottenere e rivendicare con orgoglio.
Si laurea in Giurisprudenza a pieni voti, poi fa il concorso in Magistratura, lo supera brillantemente senza spintarelle, raccomandazioni, raggiri o meriti di combattente e resistente ad oltranza.
E qui, presa coscienza che il Magistrato è super partes e che deve applicare quanto la Costituzione di questa disgraziata, parolaia, smidollata ed anche insanguinata, Repubblica, le sue leggi impongono fa una scelta dicotomica e per lui anche dolorosa: fare il Magistrato e non fare più politica. Cioè mantenere sì le proprie posizioni ideologiche, ma svolgere in modo imparziale il proprio lavoro di rendere giustizia.
Nonostante la sua ”cristallina” militanza a sinistra che certamente non mette in discussione la sua fede politica, all’interno di Magistratura Democratica i suoi ex compagni non sono poi così solidali con lui e le sue prese di posizione non sempre sono seguite ed apprezzate.
Adesso immaginate quello che deve aver provato una persona di questa fatta quando a quarantanove anni, all’improvviso scopre un mondo di nefandezze, di raggiri, di violenza e quel che peggio di applicazione di mezzi e sistemi di condizionamento e di riduzione di persone in uno stato di servaggio e schiavitù psichica.
La sua compagna, che viveva in una palazzina all’interno della Cittadella della Cecchignola la sede di diversi e importanti Comando militari del’esercito italiano, era stata oggetto di una serie di trattamenti di condizionamento mentale esercitati attraverso alcuni programmi speciali studiati prima nei campi di concentramento tedeschi e ulteriormente sviluppato e perfezionato dai servizi angloamericani. Il giudice Ferraro, insospettito da strani movimenti che avvenivano nell’appartamento che condivideva con la compagna, decise di procedere ad una serie di controlli attraverso la registrazione compiute con un computer portatile lasciato apposta acceso. Il risultato fu devastante: a precisi comandi vocali impartiti da alcune persone il soggetto si trasformava completamente e compiva atti e poneva in essere comportamenti davvero umanamente degradanti. In queste situazioni off limits venivano coinvolti, oltre ad altre persone anche dei minori su cui si consumavano degli atti di pedofilia e di violenza morale e fisica.
E’ ben vero che la procedura usata non era conforme al dettato della legge, ma per il principio giuridico dell’urgenza e dell’urgenza che la situazione richiedeva i mezzi usati diventano, de iure, leciti ed ammissibili.
Da magistrato prima, ma anche da persona cosciente e consapevole della responsabilità morale che doveva essere assunta, il dottor Ferraro si rivolse alla Procura della Repubblica di Roma chiedendo che venisse aperto un procedimento e svolta un’indagine approfondita sui fatti da lui denunciati. Il comportamento della Procura fu quanto meno sconcertante: le prove fornite erano delle congetture, non sufficienti e molto indiziarie1. Contemporaneamente si faceva capire al magistrato che sarebbe stato meglio lasciar perdere in quanto in ballo venivano chiamate istituzioni assolutamente intoccabili come le Forze Armate e la stessa Magistratura.
Siccome le disgrazie o le fortune, a seconda dei punti di vista, non vengono mai sole, il Dottor Ferraro, per puro caso, vide entrare nell’ufficio di un collega una bella donna mora che lo colpì moltissimo. Lì per lì non dette alcuna importanza al fatto anche se aveva notato che la cosa avveniva con molta circospezione e molta “discrezione” da parte del collega. Solo alcune settimane più tardi, leggendo i quotidiani, si poté rendere conto che la signora bruna altri non era che Melania Rea, la quale era andata dal magistrato per denunciare l’attività di questi gruppi segreti, di queste cellule massoniche deviate, come le definisce Ferraro, all’interno dell’Esercito e nella fattispecie pratica, della caserma Clementi di Ascoli Piceno; all’interno della quale svolgeva la sua opera il marito Salvatore Parolisi.
Costui non faceva opera di seduzione solo a fini personali, ma in quanto cosciente partecipe dei programmi MK Ultra e Monarc che l’esercito sperimentava per fini segreti all’interno delle caserme per preparare e condizionare mentalmente individui e soprattutto belle ragazze da destinarsi a compiti speciali d’impiego.
A questo  punto le massonerie coinvolte nell’affaire cominciarono a cercare di eliminare il pericolo Paolo Ferraro che nonostante tutto continuava coerentemente per la sua strada, senza paura e senza minimamente pensare di scendere a compromessi o peggio a mercanteggiare sulla questione.
Dopo tutta una serie di atti intimidatori e di strani attentati, un pomeriggio si vide comparire sulla porta di casa due vigili urbani ed un messo comunale, oltre a due infermieri. Gli fu notificato un TSO (Trattamento sanitario obbligatorio) che normalmente viene usato nei confronti dei malati di mente pericolosi. Il giudice fu internato in una clinica psichiatrica di un ospedale romano e sottoposto a trattamento con  psicofarmaci. Per sua fortuna il primario riconosciuto che la sua situazione era soltanto un’azione di ritorsione dovuta soltanto alla necessità di toglierlo di mezzo, prima somministrò delle dosi molto basse di farmaci, peraltro devastanti su individui cerebralmente sani e non molto curativi nemmeno per i malati, e poi lo dismise certificando la sua sanità di mente. Ma il TSO aveva fatto scattare il procedimento di sospensione del dottor Ferraro dalle sue funzioni e l’apertura di un procedimento davanti al CSM che il magistrato chiama ora Consiglio Superiore della Massoneria. Nonostante l’opposizione al provvedimento, da lui intrapresa, i collegamenti e le connivenze sotterranee impedirono l’accoglimento del medesimo.
Continuando nella sua crociata Paolo Ferraro poté mappare con sicurezza tutta la rete di connivenze e di interessi innominabili ed impensabili sottendevano il caso: tra le scoperte più eclatanti ci fu la scoperta di una rete di psicologi e di psichiatri deviati che svolgono un’intensa azione fuorviante e condizionante all’interno della magistratura e  che facevano capo a tutta una serie di “intoccabili” alte teste d’uovo dei due settori.
La denuncia è reperibile in rete cliccando o CCD o Paolo Ferraro.
La mossa di denuncia dei vertici della Magistratura romana alla Procura della Repubblica di competenza, cioè quella di Perugia, fu un atto dovuto: la pratica è giacente  e forse in via di completo insabbiamento come da miglior copione in materia.
Penso sia superfluo rimarcare la incredibile situazione psicologica che umanamente ha dovuto affrontare il magistrato, quale tipo di kafkiana realtà abbia dovuto ed ancora debba vivere una persona proba ed onesta.
Come al solito certe situazioni ti cambiano la vita: aprono orizzonti sconosciuti ed impensabili, distruggono certezze, credenze, rocciose certezze ideologiche ed aprono gli occhi mostrando che le persone per bene, oneste, probe e solidali non hanno colore, non hanno appartenenza politica od ideologica.
Ma solo chi è dotato di un carattere morale  a prova di bomba e, se mi consentite di una fede incrollabile, può affrontare certe situazioni che possono tranquillamente portare alla follia. Si ha la possibilità di scoprire chi è veramente in buona fede, chi possa dare una mano, di chi fidarsi e di chi no e la sorpresa grande, per il dottor Ferraro, è stata quella di scoprire che sono stati molti leali ed in buona fede avversari politici a dargli una mano tra questi i “fascisti” di Forza Nuova ed il suo capo Roberto Fiore: sembra quasi una pena del contrappasso. Ma certe situazioni rompono gli schemi e spesso il soggetto diventa il polo di coagulo per tutti quelli che indipendentemente dal colore politico si riconoscono nella verità e nella giustizia e sono disposti a lottare  e, se necessario a sacrificarsi per esse.
Nel frattempo il giudice Ferraro è stato fatto oggetto di attentati e di una campagna di diffamazione sorda e sotterranea: gomme tagliate al camper, telefonate minatorie, furto del camper medesimo, ma soprattutto la reiterazione del provvedimento di sospensione dalla professione di magistrato. Qui di seguito allego l’ultima istanza scritta presentata dal giudice al CSM, che non ne ha assolutamente tenuto conto e che ha confermato il provvedimento di sospensione dalle sue funzioni lavorative fino al mese di dicembre trascorso il quale verrà licenziato in maniera definitiva.
Come vedete la vecchia Unione Sovietica ha fatto scuola: chi è “pericoloso” o insidia lo status quo viene internato in un manicomio, o fatto passare da pazzo: certo i sistemi usati  oggi in un repubblica democratica e libera sono molto più sofisticati e meno appariscenti di quelli che venivano posti in essere da un regime comunista, ma i fini ed i risultati sono sempre gli stessi; schiacciare chi vuole giustizia, chi lotta per la legalità e la verità. Quello che davvero spaventa e avvilisce è costatare il grado di corruzione, di coinvolgimento, di omertà e di minaccia  e di prostituzione a cui siano sottoposti gli organi dello stato ed in particolare il Potere Giudiziario e istituzioni come l’Esercito, che dovrebbero garantirla sicurezza e l’integrità dei cittadini.
Luciano Garofoli
1 Proprio di recente, commentando la condanna di Salvatore Parolisi il cronista televisivo, definiva il processo contro il caporal maggiore basato su elementi indiziari e non su prove inconfutabili. Due pesi e due misure, come  al solito: in questo caso si doveva trovare un colpevole “schermo” su cui far ricadere tutte le colpe e chiudere un caso molto spinoso e capace di scoperchiare vasi di Pandora con conseguenze davvero devastanti per l’intero sistema “paese”.