D'un tratto nel folto bosco

Non c’era nessuno in tutto il paese che potesse insegnare ai bambini che la realtà non è soltanto quello che l’occhio vede e l’orecchio ode e la mano può toccare, bensì anche quel che sta nascosto alla vista e al tatto, e si svela ogni tanto, solo per un momento, a chi lo cerca con gli occhi della mente e a chi sa ascoltare e udire con le orecchie dell’animo e toccare con le dita del pensiero.
Amos Oz


mercoledì 23 gennaio 2013

Mastro Olindo di Marco Travaglio

La svolta giustizialista del Pdl, opportunamente
stigmatizzata da Nick Cosentino e
Insaputo Scajola, sta seminando il panico nei
migliori circoli della mala. Se un onesto pregiudicato,
un irreprensibile avanzo di galera,
un mafioso come Dio comanda non può più
rifugiarsi nemmeno chez B., se insomma il Partito
dei Latitanti rinuncia ai valori fondanti e
diventa all’improvviso il suo contrario senza
un’ombra di dibattito ideale, uno straccio di
congresso programmatico, dove andremo a finire?
Con tutti i partiti che ci sono in Italia,
possibile che i delinquenti non trovino una
sola lista in cui esercitare il diritto costituzionale
all’elettorato attivo e passivo? Il rischio di
una regressione culturale prima che politica
turba le menti più fini del fronte liberaldemocratico,
creando comprensibili imbarazzi.
Tant’è che, dopo l’esclusione degli inquisiti più
illustri a insindacabile giudizio del capobanda,
è tutta una corsa a giustificarsi. Il più commovente
è Angelino Jolie, cui un giorno scappò
detto “Partito degli Onesti” e mancò poco
che lo linciassero, o soffocassero dal ridere, e fu
subito chiaro che si era giocato ogni speranza
di leadership. Ora però, di fronte alla sanguinosa
accusa di giustizialismo, deve lavare l’onta.
“Non è stato facile, c’è stata forte macerazione
anche da parte di Berlusconi”, terrorizzato
dalla sola idea di passare da onesto.
“Noi non intendiamo abbandonare il nostro
ideale garantista, continuiamo a considerare i
giustizialisti nemici della giustizia e non cediamo
al giacobinismo”. Ecco: quella su Cosentino
è “una decisione fondata sull’inopportunità,
da noi considerata grave, di una candidatura”.
Ma i processi per camorra non c’entrano,
anzi “noi lo consideriamo innocente”.
Dev’essere stato per come porta gli occhiali, o
per i gessati che indossa, o per quelle cravatte
un po’ così, o per quel lieve strabismo di Venere.
Anche il Cainano vuole subito allontanare
da sé qualunque sospetto di legalità, di
collusione con la giustizia, di concorso esterno
in magistratura: la calunnia, si sa, è un venticello.
Non sia mai. Uscendo da Palazzo Grazioli
fa il segno della scure che taglia le braccia,
come a dire che senza Dell’Utri e Cosentino lui
è monco (il terzo braccio, Previti, l’aveva già
perso da tempo). Poi precisa che i tre impresentabili
non li ha cacciati lui: “hanno rinunciato
sponte propria”, come dimostrano i lividi
sul collo di Al Fano. Ed è tutta colpa dei pm:
“La magistratura politicizzata ha attaccato i
nostri amici e questo fatto, divulgato dai media,
poteva diminuire il nostro consenso”. Ora
però “non si può andare avanti con l’uso ossessivo
della custodia cautelare prima del processo”:
lui la carcerazione preventiva l’accetta
solo se è successiva. E bisogna introdurre “l’istituto
della cauzione, come in America”: così
chi ha i soldi paga ed esce subito. Idea geniale,
che non era venuta in mente nemmeno a Riina
nel famoso papello. Purtroppo la diceria del
Cainano convertito al giustizialismo già dilaga
sui giornali amici. Libero lo ritrae al naturale,
cioè pelato come Mastrolindo, sotto i titoloni
su “Mastrosilvio” che “fa le pulizie”, mentre il
rubrichista con le mèches piange “la morte del
garantismo”. Sul Giornale di Mastro Olindo,
Ferrara avverte: “Gli inquisitori sono più pericolosi
degli inquisiti”. E Rondolindo rincara:
“I veri impresentabili sono i giudici” (glielo
diceva già D’Alema). Per fortuna basta un’occhiata
alle liste pulite del Pdl per scoprire che la
pulizia è un concetto relativo. Gli imputati
candidati sono una trentina, i pregiudicati almeno
tre: Camber, Farina e Sciascia. Quest’ultimo
pagava le mazzette Fininvest alla Guardia
di finanza e, quando un cronista di Santoro
glielo fece notare, precisò orgoglioso: “E certo
che sono un condannato per corruzione. Ma
mica perché sono un corrotto: perché sono un
corruttore”. Che si sappia, sennò poi la gente
chissà cosa va a pensare.

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