D'un tratto nel folto bosco

Non c’era nessuno in tutto il paese che potesse insegnare ai bambini che la realtà non è soltanto quello che l’occhio vede e l’orecchio ode e la mano può toccare, bensì anche quel che sta nascosto alla vista e al tatto, e si svela ogni tanto, solo per un momento, a chi lo cerca con gli occhi della mente e a chi sa ascoltare e udire con le orecchie dell’animo e toccare con le dita del pensiero.
Amos Oz


lunedì 12 agosto 2013

Governo Letta, un male che viene da lontano

manifesto banca di scontoLetta fa il cravattaro, esattamente come Berlusconi e si abbarbica al suo governicchio senza il quale – dice – si pagherebbe l’Imu, l’Iva e quant’altro: una sorta di ricatto privo di consistenza e di realtà che spicca per la sua ottusa tracotanza travestita da soccorrevole attenzione ai cittadini. E’ Inutile cercare una logica o un senso in questo triste volo da uccello padulo, perché ciò che comunica – senza mezzi termini – è solo la confluenza del sistema politico nella medesima palude, il nirvana della indistinzione delle posizioni. Letta e Berlusconi sono il testa o croce della medesima moneta, iscritta in tutti i trenta denari (si fa per dire) che serviranno a pagare il riscatto della democrazia e della libertà a una classe dirigente opaca e fallimentare che oggi chiede a tutti di pagare in solido i propri errori e la perpetuazione dei propri privilegi.
Non è certo un caso che l’incoerente l’uscita di Letta sull’Imu, per non parlare dei vaneggiamenti sulla ripresa degni eredi delle luci in fondo al tunnel di montiana memoria, si accompagni in realtà a qualcosa di più corposo: al progetto di mettere in capo a tutti i cittadini il debito che l’ ormai indistricabile connubio banche -aziende ha creato. Per ora si tratterebbe di salvare attraversi i risparmi postali dei cittadini, cioè attraverso la Cassa Depositi e Prestiti, l’indebitamento dei costruttori: ma una volta strutturato il metodo e passata la filosofia, si potrà passare a d ogni altro settore. Da un punto di vista politico siamo all’assurdo: tutti si dovranno accollare il rischio di impresa di pochi, il pubblico rischia di diventare il bancomat di quelle ristrette maggioranze di potere che non perdono occasione di dire che l’azione pubblica è il male assoluto. Una commedia delle parti dentro la quale non ci saranno risparmiate fantasiose tasse necessarie a soddisfare questo incubo.
Un incubo che peraltro ci portiamo dietro da circa 99 anni da quando fu fondata nel 1914 la Banca Italiana di sconto in vista dell’entrata in guerra. Fu quello il prototipo sul quale si è modellata l’economia italiana senza una netta distinzione tra politica e affari, banche e aziende. Lo sforzo bellico, veramente straordinario che portò il Paese a produrre il doppio e in certi settori il triplo degli armamenti dell’impero austro-ungarico, segnò anche l’ingresso di una commistione di una straordinaria opacità della quale non riusciamo ancora a liberarci. La Bis prestava a più non posso, soprattutto all’Ansaldo, fidandosi degli anticipi che lo Stato prevedeva su qualsiasi produzione bellica, anche quella che eventualmente non sarebbe stata poi acquistata ( vedi nota)*. E così nel ’21 fini per fallire, mentre Credito italiano e Banca commerciale attraversarono momenti drammatici. Furono proprio i cittadini italiani a dover pagare con 2 miliardi e 100 milioni delle lire di allora il gigantesco conto saldato prontamente dal fascismo che invece si era presentato come campione della piccola borghesia urbana e del reducismo immiserito . E non bastò di certo, tanto che nei primi anni ’30Mussolini fu costretto a fondare l’Imi e l’Iri per evitare il totale sfascio del sistema finanziario e produttivo italiano, troppo interconnesso, ricorrendo perfino alla delirante guerra d’Etiopia per far lavorare un po’ le aziende e tenere in piedi le banche. Mica è un’opinione: lo si deduce da mille documenti compresi i verbali di un colloquio tra Mussolini e l’ambasciatore americano latore di un messaggio di Roosevelt il cui succo è, non possiamo fermarci, altrimenti siamo rovinati.
La democrazia del dopoguerra ereditò questa situazione, facendo dell’Italia il Paese con economia mista più rilevante al mondo. Solo che allora lo Stato imprenditore tirava in qualche modo i fili, nonostante i fiumi di denaro che cominciavano a scorrere: quanto meno si era affermata l’idea che dovesse esservi una responsabilità è un’utilità sociale delle imprese e vennero imposte alcune regole per questo fine. Adesso, nonostante  le privatizzazioni a capitale zero e le svendite massicce, la situazione non è molto cambiata da quei lontani giorni della Banca di sconto, ma è mutato radicalmente il contesto: ora è uno stato che si vuole ridotto ai minimi termini ad essere garante dei profitti privati e che si fa dettare la legislazione. Ma lo stato siamo noi e il sistema politico ormai subalterno, in molti casi sovvenzionato o addirittura diretto portatore di catastrofici conflitti di interesse, si prepara a farci pagare ancora una volta il conto. E su questo le differenze scompaiono.
*La linea del Piave dopo Caporetto poté essere allestita anche grazie ai surplus produttivi dell’Ansaldo (tra cui 2500 cannoni di vario calibro) che l’azienda aveva prodotto in più grazie al meccanismo degli anticipi. 

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