D'un tratto nel folto bosco

Non c’era nessuno in tutto il paese che potesse insegnare ai bambini che la realtà non è soltanto quello che l’occhio vede e l’orecchio ode e la mano può toccare, bensì anche quel che sta nascosto alla vista e al tatto, e si svela ogni tanto, solo per un momento, a chi lo cerca con gli occhi della mente e a chi sa ascoltare e udire con le orecchie dell’animo e toccare con le dita del pensiero.
Amos Oz


venerdì 4 ottobre 2013

Lavavano le divise dei militari di Teulada, ora combattono contro il cancro


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Su sei fratelli, solo quello che è emigrato in Brasile non ha dovuto combattere contro il cancro o le disfunzioni alla tiroide. Come è purtroppo accaduto agli altri cinque. È la storia della famiglia Murgia, proprietaria di una lavanderia di Teulada che fino agli anni ’90 rimetteva a nuovo divise e tute mimetiche dei soldati impegnati nel vicino poligono. Lo racconta oggi L’Unione sarda.
“Il nostro dubbio – dicono Chiarella e Carla Murgia – è che ci siamo ammalate per aver respirato quelle polveri presenti negli abiti dei soldati dopo le esercitazioni”. Le loro testimonianze sono ora al vaglio della Procura di Cagliari, che ha aperto un fascicolo – per ora contro ignoti – con l’obiettivo di fare chiarezza sulle troppi morti sospette di persone che hanno avuto a che fare, a vario titolo, con il poligono.
In totale, alla Procura cagliaritana sono arrivati oltre venti esposti, per un totale di circa quaranta casi. “Esercitazioni senza controllo, parti del territorio irrimediabilmente compromesse, strane polveri bianche e appiccicose che rimanevano giorni e giorni su mirto e lentischi – racconta all’Unione la 62enne Elisa Monni, a capo di un Comitato spontaneo nato per fare chiarezza sul ‘Caso Teulada’ -. E poi le diagnosi, la chemioterapia, gli interventi, i funerali”.