D'un tratto nel folto bosco

Non c’era nessuno in tutto il paese che potesse insegnare ai bambini che la realtà non è soltanto quello che l’occhio vede e l’orecchio ode e la mano può toccare, bensì anche quel che sta nascosto alla vista e al tatto, e si svela ogni tanto, solo per un momento, a chi lo cerca con gli occhi della mente e a chi sa ascoltare e udire con le orecchie dell’animo e toccare con le dita del pensiero.
Amos Oz


giovedì 11 aprile 2013

I soliti noti - di Loretta Napoleoni (@lanapoleoni)






 Che ne è stato dei protagonisti degli ultimi trent’anni? Alcuni sono impegnati, con scarsissimo successo, a risolvere la crisi del debito sovrano, altri sono usciti di scena dopo aver fatto sfavillanti carriere.

 Carlo Azeglio Ciampi, governatore della Banca d’Italia, l’uomo che sancì la separazione fra tesoro e Banca d’Italia e che portò al raddoppio del debito pubblico nel giro di soli undici anni, divenne presidente del Consiglio nel 1993 e tale rimase fino al 1994. È stato il primo presidente del Consiglio non parlamentare, con interessanti analogie rispetto al governo Monti. Dal 1994 al 1996 fu chiamato come vicepresidente alla Banca dei regolamenti internazionali, la banca di coordinamento di 56 banche centrali compresa la Bce, a Basilea. Dal 1996 al 1999 fu prima ministro del tesoro con il governo Prodi, poi, nel 1998, super ministro dell’economia, avendo accorpato i ministeri del tesoro e del Bilancio in collaborazione con massimo D’Alema. Nel maggio 1999 fu nominato presidente della repubblica, il secondo governatore della Banca d’Italia dopo Luigi Einaudi a ottenere questa carica.

 La cosa curiosa è che Ciampi venne chiamato da Prodi prima e da D’Alema poi a ridurre quel debito pubblico che lui stesso aveva fortemente contribuito a creare, con il divorzio tra Banca d’Italia e tesoro.

Altro protagonista di quegli anni è Romano Prodi, che gestì le grandi privatizzazioni dell’Iri, fu allievo di Beniamino Andreatta e uomo del potente De mita, ministro dell’industria nel governo andreotti dal 1978 al 1979. Dal 1982 al 1989 Prodi fu presidente dell’Iri, poi consulente di Goldman Sachs, e nel 1993 venne richiamato all’Iri proprio dal presidente del consiglio Ciampi per gestirne il processo di privatizzazione insieme a Mario Draghi. Nel 1996, eletto presidente del Consiglio, continuò le svendite e proseguì l’azione di «risanamento» dei conti pubblici: fu lui a guidare il rientro nello Sme centrando i parametri di Maastricht e fu anche l’artefice della famosa eurotassa che ci consentì di entrare in Europa. Nel 1999 venne nominato presidente della Commissione europea.

 In questa carrellata non possiamo dimenticare Mario Draghi che nel 1992, come abbiamo visto, era direttore generale del tesoro, presente a questo titolo alla riunione sul Britannia dove si spartì il bottino Italia, e dal 1993 al 2001 presidente del Comitato per le privatizzazioni. Dal 2002 al 2005 fu vicepresidente del management Committee Worldwide della Goldman Sachs. Dal 2006 tornò in Italia per diventare governatore della Banca d’Italia e presidente del Financial Stability Forum. Dal 2011 è governatore della Banca Centrale europea. Da ricordare che nel 1998 è stato l’artefice del testo Unico della Finanza con cui venne rimosso il divieto per le banche, previsto nella legge bancaria del 1936, di sedere nei consigli di amministrazione delle società finanziate.

 Ed eccoci a Mario Monti che, chiamato dal presidente della repubblica Giorgio Napolitano alla fine del 2011 a risolvere i problemi dell’Italia, propone un’ulteriore perdita di sovranità a favore dell’Europa. È la seconda volta nella storia della repubblica che un non parlamentare diventa presidente del Consiglio. Ma, in questo caso, Monti è stato nominato senatore pochi giorni prima dell’incarico. Nel suo curriculum compaiono think tank di tutto il mondo, banche d’affari come Goldman Sachs, compagnie come la Coca Cola, e il celeberrimo e potentissimo Gruppo Bilderberg.

 È interessante vedere come nelle biografie di tutti questi personaggi ritorni sempre una collaborazione con Goldman Sachs. Sotto molti aspetti, gli anni che sta vivendo oggi l’Italia sono abbastanza simili al 1992. Una nuova tangentopoli sta minando alla base il rapporto fra cittadini e politica, sullo sfondo di una crisi economica epocale, molto più seria di quella degli anni Novanta perché la manovra della svalutazione ci è proibita. Nel 2012 il Pil si è contratto del 2,7 per cento per il 2012 e si prevede una lenta stagnazione con un Paese distrutto sia a livello economico che industriale, fortemente minato nella sua autostima.

 Ma questa volta la famosa frase del principe di Salina nel romanzo Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi», probabilmente non funzionerà. Alla base della piramide politica stanno avanzando nuove forze che usano strategie e armi atipiche, aliene alla casta italiana. Di fronte a questi fenomeni inediti gli uomini e le donne delle istituzioni tremano, la loro retorica da colonizzatori è ridotta al silenzio dalla dissacrazione e dalla denuncia. 

 Un esempio ce lo regala lo stesso Monti in uno dei tanti talk show italiani: «Oggi secondo me si assiste, e non è un paradosso, al grande successo dell’euro... e qual è la manifestazione più concreta del grande successo dell’euro? La Grecia, perché l’euro è stato creato sì per avere una moneta unica, ma soprattutto per convincere la Germania, che ha fatto il grande sacrificio di rinunciare al marco per avere una moneta europea, che attraverso l’euro, attraverso i vincoli che nascono dall’euro, la cultura della stabilità – il presidente Ciampi richiamava sempre la cultura della stabilità tedesca – si sarebbe diffusa un po’ per volta a tutti. Quale caso di scuola si sarebbe potuto immaginare il caso limite di una Grecia che è costretta a dare abbastanza peso alla cultura della stabilità e sta trasformando se stessa».

 La Grecia, prossima alla bancarotta, come prova del grande successo dell’euro. Sarebbe ridicolo, se non fosse crudele. Con politici capaci di simili enormità non è sorprendente che non solo in Italia ma in tutta Europa la fronda dei nuovi movimenti politici si allarghi, e che l’eco delle loro rivendicazioni sia arrivata anche nel Parlamento europeo. Quell’istituzione da noi eletta che guarda caso, nella gestione di tutta questa crisi, non ha avuto alcuna voce in capitolo.